Fotografia di un funerale
Oggi ho fatto la giornalista di provincia. Banale cronaca semi-nera: un funerale di una Pollianna trentaquattrenne morta di incidente, la malattia non è altrettanto popolare.
Sono una rerpoter tuttofare: articolo + foto.
Per l’occasione mi sono armata di una nikon coolpix2100 prestata dal fratello, visto che la mia canon ixus30 è defunta da mesi. Il problema è che non ho la grinta della reporter. Al passaggio della bara della gente qualsiasi si è messoa in mezzo ed io non sono riuscita a evitare di prendere inutili teste. Ovviamente la foto è oscena.
Mi sono dilungata sul sagrato per immortalare la folla e quando ho cercato di entrare in chiesa era strapiena. Io non ho certo sgomitato per entrare: non mi sembra proprio elegante. Mi sembrava irrispettoso voler disturbare con zoom e flahsh un momento tanto delicato.
Poi sono arrivati due fotografi seri, quelli che vendono alla carta stampata con macchine fotografiche prepotenti. Non chiedono il permesso per passare lo fanno senza scupoli, né vergogna. Idem per il cameramen ritardatario che ha fatto le sue tre inquadrature, sempre le stesse, una panoramica orizzontale, una verticale e un campo medio, poi è entrato ovviamente con la sicurezza di chi con l’informazione ci vive e ritiene sia un servizio.
Ho aspettato pazientemente la fine della messa per scattare all’uscita della bara. Un po’ come di fa con gli sposi. Ma, quando ho riacceso la macchinetta fotografica è uscito il simbolino rosso delle batterie scariche. Penso di poter fare ancora qualche scatto senza schermo lcd e invece si spegne senza possibilità di appello. Che frustrazione!
Alla fine sono riuscita a piangere anche per il funerale di una perfetta sconosciuta. Ma forse non è poi così strano, anche al cinema si fa lo stesso.
E’ giusto che un giornalista o un fotografo per documentare quello che succede ne sconvolge gli equilibri? Oppure sono io l’imbranata e cerco delle giustificazioni al mio comportamento?
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