Il supermarket della mia infanzia
Sono stata a fare la spesa nel supermercato di fiducia della mia nonna. Ha insistito che io ci andassi per via di una promozione che regalava un piatto ogni 10 euro di spesa più 90 centesimi.
Abituata agli iperstore dove i commessi girano in pattini a rotelle, gli scaffali sembravano bassi e i corridoi stretti. Il carrello si è riempito con il pane ed un paio di pacchetti di tortine e le ruote, probablimente poco ammortizzate, provocavano uno strano rumore quando scivolavano sul pavimento irregoalre. Mi riportava alla mia infanzia.
Era sabato pomeriggio all’ora di punta, eppure c’erano una decina di persone a fare la spesa e nessuna di loro aveva più di un cestello di viveri.
La carne non era nei contenitori di polistirolo, ma ho spiegato ad un signore cosa volevo e mi ha tagliato al momento le fette di carpaccio. Mi hanno messo in difficoltà le domande un po’ invadenti sui dettagli della ricetta a cui era destinata il pezzo di carne che stavo comprando.
In questo mini supermercato esiste ancora il banco della frutta. Così da non dover assistere alle pietose scene delle signore che palpano le pesche per assicurasi che non son abbastanza mature, le riposano e ne scegono un’altra.
Arrivata alla cassa ero ovviamente quella con il carrello più carico, ma sono stata la più veloce ad imbustare. Non ho accumulato ritardo rispetto al ritmo della cassiera nel far passare le etichette sul lettore ottico e avevo riempito le mie borse prima del vedetto del prezzo. Ho chiesto i piatti che mi spettavano, ma non ne avevano abbastanza…
Mi è piaciuto tantissimo questo supermercato.
Perché la gente preferisce sempre di più gli ipermercati e io no ?
Fotografia di un funerale
Oggi ho fatto la giornalista di provincia. Banale cronaca semi-nera: un funerale di una Pollianna trentaquattrenne morta di incidente, la malattia non è altrettanto popolare.
Sono una rerpoter tuttofare: articolo + foto.
Per l’occasione mi sono armata di una nikon coolpix2100 prestata dal fratello, visto che la mia canon ixus30 è defunta da mesi. Il problema è che non ho la grinta della reporter. Al passaggio della bara della gente qualsiasi si è messoa in mezzo ed io non sono riuscita a evitare di prendere inutili teste. Ovviamente la foto è oscena.
Mi sono dilungata sul sagrato per immortalare la folla e quando ho cercato di entrare in chiesa era strapiena. Io non ho certo sgomitato per entrare: non mi sembra proprio elegante. Mi sembrava irrispettoso voler disturbare con zoom e flahsh un momento tanto delicato.
Poi sono arrivati due fotografi seri, quelli che vendono alla carta stampata con macchine fotografiche prepotenti. Non chiedono il permesso per passare lo fanno senza scupoli, né vergogna. Idem per il cameramen ritardatario che ha fatto le sue tre inquadrature, sempre le stesse, una panoramica orizzontale, una verticale e un campo medio, poi è entrato ovviamente con la sicurezza di chi con l’informazione ci vive e ritiene sia un servizio.
Ho aspettato pazientemente la fine della messa per scattare all’uscita della bara. Un po’ come di fa con gli sposi. Ma, quando ho riacceso la macchinetta fotografica è uscito il simbolino rosso delle batterie scariche. Penso di poter fare ancora qualche scatto senza schermo lcd e invece si spegne senza possibilità di appello. Che frustrazione!
Alla fine sono riuscita a piangere anche per il funerale di una perfetta sconosciuta. Ma forse non è poi così strano, anche al cinema si fa lo stesso.
E’ giusto che un giornalista o un fotografo per documentare quello che succede ne sconvolge gli equilibri? Oppure sono io l’imbranata e cerco delle giustificazioni al mio comportamento?
Girasoli per una bambola
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